Parliamo di Tralummescuro!

 

Genere: Narrativa contemporanea italiana, Memorie

Editore: Giunti Editore Spa

Prezzo di copertina: 19€

Pagine: 281

Premi: Finalista e 4° posto al Premio Campiello 2020, Selezione Giuria dei Letterati

 

Tralummescuro è un’ode ai tempi che furono, è una ballata per un paese al tramonto, è il racconto, attraverso quel crude stil novo che caratterizza il Guccini, di tempi andati, di balli, di usanze, di luoghi e sentieri che oramai sono scomparsi nel tempo.

In quest’opera Guccini ripercorre la giovinezza, la sua e dell’Italia postbellica, con gli occhi del fu ragazzo, e lo fa mischiando alla realtà dei suoi ricordi l’intelligente ironia che da sempre lo caratterizza, in maniera sagace ed omogenea.

Non si può non notare come l’autore sia affezionato ad un passato che ricorda in maniera agrodolce, da una parte ci sono i pensieri più malinconici, quelli che non torneranno più, mentre dall’altra la mestizia lascia spazio a paragrafi ben più canzonatori, sferzanti, e neanche al presente, così complicato e così diverso, riserva un trattamento di favore. A rigor di chiarezza va detto che il Guccini non una di quelle persone del “si stava meglio quando si stava peggio”, anzi, è - come ho scritto poco sopra - una persona che ricorda con dolcezza un passato fatto di incontri, storie, ricordi, luoghi e quasi ancora ad aggravare questa dolce mestizia si accorge che è stata una delle tante persone ad aver conosciuto gente di un’altra epoca, e quasi si dispiace d’averla conosciuta in un periodo dove le storie dei vecchi non le stai tanto a sentire.

Ecco, Tralummescuro per me prende le sembianze di uno scritto di memorie emotive, una sorta autobiografia emozionale, e quasi ti viene nostalgia anche a te, lettore, che ti perdi tra i ricordi di un aedo e magari non sai neppure cosa vuol dire mettere la sugna sulle scarpe per impermeabilizzarle dal freddo e dalla neve…

“Ti viene da pensare che sei uno degli ultimi che ha conosciuto gente dell'Ottocento, gente che era nata due secoli fa, che è vissuta in un mondo completamente diverso da quello d'oggi, senza acqua corénte (…), senza luce elettrica, radio e televisione, senza automobili sotto al culo come adessa che ce l'hanno tutti, (…), senza telefono o telefonino, internet o quei troiàii li: gente che campava con pochi fichi davera, altro che balle…” ed era gente con un’altra sensibilità alla vita, con altre moralità, con altre passioni o desideri, era gente semplice, con pochi fronzoli.  

L’autore comincia istruendoci sulla dislocazione di Pàvana, questo perché semplicemente non può fare altrimenti, perché è da lì che nasce tutto, perché è proprio quello il Paese “che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, là sull’appennino tosco emiliano, e ci fa capire, similmente a un altro vecchio Poeta, che lui è toscano di nascita, ma - come gli abitanti di quella zona - non di costumi. Ben intesi, non con accezione negativa come il Sopracitato, ma quasi per fortuità dato che subisce, volente o nolente, gli influssi socio culturali della vicinissima (è veramente a un tiro di schioppo) Romagna; quest’opera è infatti scritta - in maniera comprensibile - in un dialetto che possiamo ricollegare a quello emiliano con accenni e sfumature toscane, e sotto tale punto di vista, da profano, mi viene da pensare che questo scritto sia un piccolo manuale di linguistica per quel preciso e strano dialetto, difatti, non è raro trovare riferimenti, traduzioni e pronunce di termini desueti a chi non conosce quella specifica parlata.

L’autore si spinge poi sui ricordi della società, introducendoci ad essi attraverso degli estratti di vita vissuta, dalla costruzione di strade, alle camminate alla diga, ai bagni nel fiume fino alla neve che sommerge il paesaggio, e quasi ti spinge a pensare di come la società dell’epoca, quel complicato groviglio socioculturale di persone pragmatiche e combattenti, sia stata la base della moderna società di oggi, un ancor più aggrovigliato gomitolo di credenze, etnie ed emozioni; dove seppur ci sia una buona leva di persone che rifiutano scienza e storia, quelle che dimostrano più buonsenso hanno l’accesso ad una rete che li collega, che permette loro addirittura chiamate video in tutto il globo, e dispongono tutti di efficienti mezzi e metodi di scambio di risorse che riescono a garantire un continuo transito di persone e giocoforza di idee e questo e moltissimo altro, senza i sacrifici dei giganti ai quali siamo e siamo stati sulle spalle, era difficile da raggiungere. Certo, questi giganti ne hanno lasciata di polvere sotto al tappeto, l’inquinamento atmosferico, il buco nell’ozono, l’inquinamento nucleare, lo scioglimento dei ghiacciai, il colonialismo, la povertà, il terzo mondo…

In tale senso, dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza come l’essere umano si sappia autoriparare, si sappia quindi prima arrangiare e poi, dopo aver capito e studiato, sappia progredire, lasciando dietro di sé una scia di ricordi che, se raccontati alle future generazioni e paragonati alle conoscenze attuali, fanno quasi ridere.

A me questo libro è piaciuto, è dolce, ironico e istruttivo, la lettura forse non è tra le più scorrevoli per via delle forme dialettali inserite, ma è proprio per questo che mi è risultato addirittura ancor più immersivo, mi sono tuffato in questo mare di ricordi e ne sono riemerso con un bagaglio di conoscenze che prima non avevo, ritrovandomi più consapevole di un passato certamente di nicchia, ma un passato che appartiene a tutti.




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