Cosa mi ha fatto innamorare di Dylan Dog?

Cosa mi ha fatto innamorare di Dylan Dog?

Ho cominciato solo recentissimamente a leggerlo, incuriosito da un amico che me ne parlava bene, soltanto mi disse, causa la mia paura e avversione nel dover cominciare saghe infinite nelle quali non si capisce dove sia la fine o l’inizio, di cominciare dai “Color Fest”, queste sono storie spesso inedite e anche autoconclusive che non precludono alcunissimo divertimento, così un giorno di una settimana di inizio dicembre 2020, mentre ero in edicola a prendere la settimana enigmistica a mia madre, vidi quello sgargiante Color Fest, la prima foto, il 35, e lo acquistai, per leggerlo poi quando ne avessi la voglia.

Color Fest n.35 “Nuove Visioni” di novembre 2020, con la copertina di Prenzy; 96 pagine, 5.50€; composto da tre storie:

1.       I figli del voodoo. Testi: Marco Rizzo; Disegni: Lelio Bonaccorso; Colori: Stefania Aquaro.

2.       Non c’era una volta un’isola. Testi: Giovanni Di Gregorio; Disegni e colori: Emiliano Tanzillo.

3.       Rossoazzurro. Testi, disegni e colori: Stefano Simeone.

Il futuro prossimo diede ragione sia al mio amico che a me. Fu un ottimo acquisto.

Lo lessi e mi piacque molto, cominciai così a prendere le uscite regolari e di recente anche gli OldBoy e come se non bastasse, quell’amico di cui vi parlavo poco sopra scelse per me una selezione di fumetti di Dylan che mi ha prestato e ho letto con estremo trasporto e leggendo il Color Fest 34 ho finalmente capito cosa mi ha fatto innamorare del fumetto in sé, del personaggio e dell’ambientazione. Dylan Dog ha due caratteristiche principali:

La mutevolezza.

In Dylan Dog tutto cambia - ma l’ambientazione è la stessa! - tutto scorre - anche attraverso più dimensioni! - e niente è come sembra - eh? Mostri innamorati e giocattoli demoniaci? -.

Insomma, per come ho cominciato a leggerlo io è un personaggio che grazie ad una ciclicità di scrittori e disegnatori mostra mille diverse sfaccettature.

La profondità.

Negli albi che ho letto c’è una trama ben strutturata, ben scritta e ben sviluppata e incastrata, alla fine della lettura arrivi soddisfatto e con i classici interrogativi del “finale aperto”, si, quelli di cui sai già la risposta e non c’è poi così bisogno che venga mostrata del tutto, è forse più bello immaginarsela… ecco un’altra cosa che apprezzo degli albi, loro ti danno una storia che finisce in un modo, ma ti dà tutti gli strumenti per poter immaginarti un seguito, per poter viaggiare con la fantasia… va da se che spesso mi sono trovato a parlare con questo amico sopracitato degli albi che mi aveva prestato e spesso e volentieri interpretavamo passaggi diversamente aprendoci a tante diverse interpretazioni… non è bello avere questi tipi di confronto e con questi avere quasi infinite possibilità di fantasticare? Abbiamo bisogno di fantasticare…


Una piccola nota negativa è però sulle ultime storie della serie regolare, 412 una pessima annata e 413 i padroni del nulla, insomma… storie carine e interessanti eh… però sentivo che mancava quel quid, quel guizzo, forse troppe informazioni per un solo albo? O forse poche informazioni per tenere in vita l’albo… mi è piaciuto invece il 414 giochi innocenti, una trama interessantissima, curiosissima e con tavole a dir poco meravigliose, questo albo mi ha saziato, mi ha riempito e soddisfatto.

 

Bene, cominciamo a parlare degli albi in prestito, il primo che ho iniziato a leggere è il n.24 Edizione Book “i conigli rosa uccidono”; soggetto e sceneggiatura: Luigi Mignacco; disegni: Luigi Piccatto e Cesare Valeri; copertina: Claudio Villa; edizione book di maggio 1998, 100 pagine, 4500 lire; prima uscita settembre 1988.

Che dire, albo assurdo, profondo e pieno di significato, c’è quella componente mindfuck che ti accompagna nella lettura dalle prime pagine e arrivato alle ultime si acuisce in maniera assurda e quasi paradossale, con questo senso dello splatter e della violenza vista quasi come un gioco, intrattenimento, gratuita nel più stretto senso della parola, inconscia nell’essere che la perpetra. È veramente bello e interessante come un albo a fumetti di 100 pagine possa indurre e indirizzare pensieri alla filosofia e critiche alla società; ho letto utenti di GoodReads che parlando di questo albo citano Freud e il suo “perturbante” e andando a cercare che diavolo significa ci si accorge di come leggendo di tavola in tavola un senso di sinistro spaesamento in effetti si prova eccome…

 

Il secondo albo a cui mi sono approcciato è il Color Fest n.34 “Groucho Secondo” dell’agosto 2020, con la copertina di Massimo Carnevale; 96 pagine, 5.50€; composto da tre storie:

4.       La fine di un giorno qualunque. Testi: Marco Rincione; Disegni e colori: Giulio Rincione.

5.       La sindrome di Stencil. Testi, disegni e colori: Giacomo Keison Bevilacqua.

6.       Groucho oltre lo specchio. Testi e disegni: Luca Enoch; Colori: Sergio Algozzino.


Niente da fare, l’albo mi è piaciuto UN BOTTO. anche perché il protagonista non è Dylan, ma il suo aiutante Groucho, è carino poi notare da questo punto di vista che il titolo dell’albo, Groucho Secondo, può facilmente essere scambiato per Secondo Groucho, ovvero la storia narrata secondo il suo punto di vista…

Nella prima storia ho scoperto il mio apprezzamento per i fratelli Rincione: uno a parole e l’altro a disegni riescono a irretirti l’anima e a ridurla a brandelli, ad annichilire ogni parvenza di “IO” facendoti addentrare in maniera assurdamente completa all’interno della storia, anche se è lunga 34 pagine. Incredibile.

Le parole giuste sulla tavola giusta e ti senti in un vascello in balia di un maelström, ti senti proprio sprofondare nei flutti delle emozioni e non fai niente per evitare la tua caduta nel vortice, caduta che viene - manco a dirlo - aiutata dalle tavole più evocative e intense che abbia mai visto, lo stile del Rincione, un po’ sognante, esagerato, che sembra venir fuori dagli incubi più peggiori credo che si adatti meravigliosamente a perfezione alle storie dell’indagatore dell’incubo.

Ora, se la prima storia più sembrare un po’ pesante per come è scritta e disegnata e per il messaggio che vuol trasmettere, in soccorso arrivano le seconde due, molto più giocose e allegre; quindi se in qualche modo la prima sovvertiva l’idea del Groucho giocondo, gioviale, simpatico e cazzone, ora eccolo alla riscossa aiutato da disegni e colori che, secondo me, trasmettono la vera essenza del personaggio, ma non credete che a colori più accesi e storie più allegre manchi la verve dalla prima storia, assolutamente no! Ho trovato una lettura scorrevole, dei disegni meravigliosi e storie veramente originali e ben scritte, in perfetto stile Groucho, sebbene l’ultima porti questo stile quasi all’esasperazione, parodiando all’estremo il personaggio.



Is this the real life?
Is this just fantasy?

 

L’ultimo albo di Dylan Dog che avevo in prestito era il Maxi OldBoy n.37 di novembre 2019 con la

copertina Raul e Gianluca Cestaro; 288 pagine, 7.90€; anche questo composto da 3 storie, ma in bianco e nero:

1.       Halloween a Northwood. Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Eccher; Disegni: Fabrizio Des Dorides.

2.       Il nuovo mondo. Soggetto e sceneggiatura: Riccardo Secchi; Disegni: Giulio Camagni.

3.       Ti amo, Dylan! Soggetto e sceneggiatura: Silvia Mericone e Rita Porretto; Disegni: Paolo Armitano.

Questo numero è stato uno spettacolo, storie ben scritte, ben congeniate, incastrate, coerenti e veramente succose, ti portano da A (il fatto, la domanda) a B (l'esecutore, la risposta) senza salti di trama astrusi e incoerenti e senza buchi o troppi voli pindarici, senza l’introduzione di troppe “cose” a cui poi ci si deve sbrigare a dare una giustificazione o una fine o una spiegazione.


Anzi, le “cose” che introduce sono esattamente quello che serve a capire il resto della lettura, sono la chiave di lettura dell’albo stesso. Non so se mi spiego... In queste tre storie non ho trovato escamotage atti a concludere una narrazione dei fatti che si è allungata più del previsto, non ho trovato stratagemmi e railroad così evidenti per i quali “è successo così e basta, fattene una ragione”, ho invece trovato storie soddisfacenti, coerenti, organiche, lineari e logiche, ovviamente per quanto storie con spiriti, mostri, fantasmi e orrendità varie possano avere qualcosa di logico...

Infine, posso dire con certezza che per me, finire di aver letto queste tre storie è stato come alzarsi satolli da un tavolo imbandito: mi hanno lasciano sazio, soddisfatto, pieno.

E poi cazzo, la soddisfazione di tenere tra le mani un tomo del genere, erto, spesso, grosso, dalle pagine così fitte e pesanti, beh, è una bella cosa. Quasi 300 pagine di fumetti, cazzo. Bello.

Se vi piace un format del genere - ma anche se non vi piace, lo porto lo stesso perché piace a me - proverò a portare mensilmente un pensiero su ciò che esce di Dylan nelle edicole, quindi Color Fest, OldBoy e serie regolare, magari pure il Magazine, e forse anche qualche arretrato o albo cartonato, chissà!

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